Capitale umano: Finlandia’s got talent
Se il nostro Paese fosse un animale, quasi certamente si tratterebbe di una cicala
Il fenomeno della cosiddetta fuga dei cervelli ha “radici” nell’adolescenza: il “menu” didattico e culturale offerto ai ragazzi non è sufficientemente appetibile da valorizzarli e permettere di sviluppare il potenziale personale. Così, circa un quarto del talento dei 14enni va “in fumo”.
Nel Human Capital Index 2016, classifica stilata dal World Economic Forum, l’Italia è 34esima su 130 Paesi. I primi posti se li aggiudicano, nell’ordine, Finlandia, Norvegia e Svizzera. Seguono Giappone, Svezia, Nuova Zelanda, Danimarca, Olanda e Canada. Noi siamo penultimi all’interno dell’area industrializzata.
Il punteggio complessivo del nostro Paese è 76%, a fronte dell’86% che si è guadagnato la Finlandia.
Il sistema scolastico dei nordeuropei ha molteplici, sostanziali, ricadute positive sui giovani. Le performance ottenute nei test internazionali sono le più alte, il gap tra i punteggi dei più meritevoli e dei più deboli è limitato, e, complessivamente, sono in pochi a ottenere risultati bassi. Il tutto, a fronte di una “macchina formativa” decisamente sostenibile, grazie ai suoi costi modesti e caratterizzata dal principio di equità.
Quali sono i fattori di questo spiccato successo didattico?
C’è un’unica scuola di base, che comincia a 7 e non 6 anni. Non esiste la primina. La famiglia non deve sostenere alcuna spesa. Tutti i bambini sono trattati allo stesso modo.
La formazione degli insegnanti è incentrata sulla ricerca scientifica
Fino agli anni Settanta questi studiavano negli istituti magistrali. Dopo la loro chiusura, ne hanno assunto il ruolo le università.
L’insegnante gode di fiducia e rispetto da parte dell’opinione pubblica, che ne riconosce preparazione e competenza. Chi lavora nelle scuole è uno specialista, e in quanto tale, sa di cosa hanno bisogno i bambini per crescere esprimendo le proprie peculiarità e talenti. Non esiste l’opzione bocciatura. Gli studenti liceali sostengono la maturità (l’unico esame previsto a livello nazionale) solo quando si sentono preparati, e dopo essersi confrontati con i docenti.
Niente voti né test durante la scuola primaria. Le uniche valutazioni ammesse sono quelle descrittive.
Le scuole godono di un ampio margine di autonomia. All’interno di ciascun istituto responsabilità e decisioni sono frutto di una condivisione sistematica tra personale e dirigenti. Le famiglie vengono costantemente consultate e coinvolte.
Questa analisi mi ha fatta riflettere su varie cose. Tanto per cominciare, dove l’istruzione è realmente gratuita, gli effetti sulla popolazione scolastica sono positivi, e su vasta scala. Questo perché, effettivamente, tutti i bambini partono dalla medesima posizione, e questo li permette di sviluppare serenamente abilità e competenze individuali.
Ancora una volta, la consapevolezza che è più importante osare, sperimentare, battere sentieri poco noti, che omogeneizzarsi e omologare metodo e contenuti premia. Perché mette al centro il fattore umano. Lo rispetta, e lo rende misura di tutto il resto. E se riuscito a farlo con risultati sorprendenti un popolo che non ha per le mani altro che foresta e pesca, quali effetti potrebbero esserci in un Paese come il nostro, il cui bagaglio storico è sfacciatamente ricco e variegato?