Nadia Luppi: «la disabilità non è un limite, ma un fiore da cogliere»
28.10.2015 18:01
Come vi sareste sentiti, se all’età di nove anni, all’improvviso, qualcuno avesse tolto i colori al vostro mondo, privandovi della vista? Come avreste reagito, se di colpo e senza un valido motivo, avessero “spento la luce” ai vostri giorni?
Fotografia, scrittura, counseling. In una parola, amore. Per sé, e per il mondo circostante. Sono questi gli ingredienti principali della vita di Nadia Luppi. «Questa esperienza mi ha messa nelle condizioni di riflettere sulle tante metafore della vita, “obbligandomi” a fare a meno dell’apparenza, emancipandomi dalla famigerata “prima impressione”, spesso decisamente limitante, e vincolante. L’Emilia è la mia terra, e me la porto dentro, ma questo non mi impedisce di coglierne i limiti. Il modello del fare, correre, sacrificarsi in nome del lavoro a volte pregiudica la ricchezza del sentire e “annusare”. Per questo è vitale ritagliarsi lo spazio, mentale e temporale, di ascoltare noi stessi e chi/cosa ci sta intorno. Quando mi sono fermata a respirare, ho conosciuto persone speciali, e oggi le porto con me, come una specie di portafortuna».

Quasi certamente la rabbia, come una marea, si sarebbe sollevata, trascinando con sé tutto, o giù di lì. Voglia di vivere, speranza, curiosità. Non sempre si riesce a salvare qualcosa dal “naufragio”, ma quando succede, ci si regala un intero universo, tutto da assaporare. Questa è la storia di Nadia Luppi, una giovane ipovedente che, con tenacia e determinazione, ha trasformato la malattia in opportunità, usandola come “leva” per diventare padrona di un mondo: il suo.
Gli occhi di Nadia hanno cominciato a fare le bizze quando era a scuola, modificando irrimediabilmente la sua quotidianità. «Nessun bambino vuole star seduto al primo banco. Io sono stata costretta a finirci … e a dovermi far aiutare da compagni e maestre». Da qui è iniziato un percorso difficile, a tratti accidentato, in cui tristezza, sfiducia e frustrazione non sempre sono stati distinguibili da sogni e bisogni. Tuttavia lei non ha mai rinunciato a provarci, e nel frattempo si è laureata in Filosofia e specializzata in Diritti Umani.
Oggi Nadia lavora come centralinista ma, spiega, la sua vita è molto altro e oltre, rispetto alle 38 ore trascorse in ufficio. Varcata quella porta, infatti, si apre un file molto più corposo, vivido e avventuroso. Quello costituito dai suoi desideri, e dall’impegno con cui, ogni giorno, li annaffia.

Instancabilmente affamata della vita. Si può definire così, in una parola, Nadia. Un pregio, questo, che le permette di non perdere di vista – al di là delle facili battute – ciò che davvero vale. «Prima ho dato voce al mio malessere, attraversando anche l’inevitabile fase dell’autocommiserazione. Poi, ho realizzato che, per vedere concretizzate le mie ambizioni, dovevo conoscermi, prima, e imparare a valorizzare ciò che avevo/ero. A posteriori, al netto di tutto, posso dire che la mia “disabilità” mi ha aiutata. Mi ha permesso di “afferrare” cose che, probabilmente, altrimenti mi sarebbero sfuggite di mano».
Franziska